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03/07/09

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Honduras: Studio Aperto è filo-golpista

Venier: "Su Tg di Italia1 spot a favore del golpe" Ufficio Stampa "Ieri sera, durante il Tg Studio Aperto di Italia 1, è andato in onda un servizio che si è trasformato in uno spot a favore del golpista Roberto Micheletti, autore del colpo di Stato in Honduras". E' quanto denuncia Jacopo Venier, responsabile Comunicazione del PdCI. "Il telegiornale della rete di Berlusconi - continua Venier - è arrivato fino al punto di augurare la fortuna ad un golpista come Micheletti che nei giorni scorsi, a capo delle forze armate, ha cacciato dal paese il legittimo presidente Manuel Zelaya, ha sopseso numerose libertà costituzionali ed ha scatenato una violenta repressione nel Paese centro-americano". "Con la scusa dell'origine bergamasca del dittatore - conclude Venier - siamo arrivati al punto di legittimare un colpo di Stato condannato da tutta la comunità internazionale. Oramai l'informazione berlusconiana osanna senza pudore chi schiaccia la democrazia e cancella le libertà. Non saranno mica le prove generali per quel che potrebbe accadere anche nel nostro Paese?".


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02/07/09

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Gianni Minà sul golpe in Honduras

Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati Uniti.

Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito: “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare: “L’unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere.
Allora i casi sono due: o l’ambasciatore degli Stati Uniti è un incapace o vogliamo credere che il governo di Washington non ha più la minima influenza sull’apparato militare che, da quasi cinquant’anni, condiziona in modo indiscutibile la vita di un paese di radici maya che, oltretutto, dai tempi in cui il presidente nordamericano Reagan decise di appoggiare la “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua, è la base operativa, logistica delle operazioni militari del Pentagono in quella zona del mondo.
Operazioni che, tra l’altro, partono da una base militare, quella di Palmerola, assolutamente illegale perchè mai è stato firmato un accordo ufficiale fra i due paesi perchè questo apparato venisse edificato e fosse attivo sul suolo hondureño. Anzi, le forze armate del piccolo paese sono legate al Comando Sud dell’armata nordamericana, i cui consiglieri militari giocano un ruolo essenziale nelle loro strategie.
Fra “gli attori politici” nel piccolo paese centroamericano, di quasi sette milioni e mezzo di abitanti, le forze armate degli Stati Uniti sono ancora preminenti e non a caso gli alti comandi sono stati formati tutti alla famigerata Scuola delle Americhe, prima a Panama e poi a Fort Benning in Georgia, vera fabbrica di dittatori e di assassini.
Il generale Romeo Vazquez, leader dei golpisti, ha studiato, per esempio, in quell’inquietante “ateneo”, e da quell’insegnamento, come ha ricordato l’altro ieri Manlio Dinucci, vengono i dittatori hondureñi degli anni ‘70/’80, Juan Castro, Policarpo Paz Garcia e Humberto Hernandez.
Salvo i pochi passati a miglior vita, tutti questi “repressori con stellette” incidono ancora nella vita politica dell’Honduras, anche se nel frattempo si sono sostituiti a loro per via elettorale presidenti presunti liberali o neoliberisti che hanno condotto il paese alla miseria più nera.
Manuel Zelaya, rubricato come liberale ed eletto nel 2006 dalla destra moderata in un paese ostaggio della delinquenza e delle gang giovanili, come il Guatemala e il Salvador, ha avuto il torto di rendersi conto che la causa di questa deriva era di origine strutturale, il prodotto dei bassissimi livelli di sviluppo umano e lo stato di estrema generalizzata povertà.
Così pensò che aderire all’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per i Popoli d’America, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell'America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, e successivamente da Nicaragua, Ecuador e Repubblica Dominicana (in alternativa all'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti), poteva essere una scelta incorretta ideologicamente, ma economicamente realista, specie considerando il sostegno che avrebbe assicurato ad alcune politiche sociali l’aiuto che sarebbe venuto da PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.
In quell’occasione si dimise il vicepresidente, espressione degli interessi di molte imprese private, sospettose di questi accordi per la linea politica espressa dalle nazioni dell’ALBA.
Adesso è lo stesso Zelaya che è stato esiliato a forza, anche se ora annuncia che tornerà in patria.
In questo scenario dovrà ora farsi largo politicamente Barack Obama che, dopo quanto ha dichiarato, non potrà riconoscere il nuovo governo imposto dal golpe militare e presieduto da Roberto Micheletti, ex presidente del Parlamento, ma non sarà in grado nemmeno di imporre, come chiede l’Organizzazione degli Stati Americani e perfino l’Onu, il reintegro nel suo incarico di Manuel Zelaya, anche se è stato democraticamente eletto.
Questo dettaglio non è di poco conto, ma perfino per organi di informazione come El Pais, giornale una volta progressista, vale solo quando a vincere è il partito conveniente in America latina alle politiche neocoloniali di molte multinazionali spagnole e non coalizioni in linea con il nuovo vento di indipendenza, di autonomia e di riscatto che spira in molti paesi del continente a sud del Texas.
Così, in questa occasione sparisce, per esempio, nell’informazione del prestigioso giornale iberico che detta la linea in Europa su come si deve interpretare la realtà latinoamericana, la condanna dell’Onu al golpe, ed anche l’oggetto del contendere in Honduras, cioè un referendum che voleva portare alla convocazione di un’assemblea costituente e non, come afferma il giornale dell’Editorial Prisa, l’aspirazione di Zelaya di “modificare la Costituzione per restare al potere”. Quindi i militari in qualche modo avrebbero agito da tutori dello Stato, malgrado la maggioranza dei cittadini non glielo avesse chiesto.
Insomma, in una parte di quella che fu una volta l’informazione di sinistra c’è come un vischioso tentativo a preparare i propri lettori a digerire un colpo di Stato, presentandolo come una soluzione legittima.
Peccato che proprio l’attuale ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, abbia denunciato poco tempo fa come fu proprio un governo conservatore spagnolo, quello di José Maria Aznar, il primo a legittimare, insieme a quello di Geroge W. Bush, il colpo di Stato, poi fallito, in Venezuela l’11 aprile 2002 contro il presidente Ugo Chavez, che era stato scelto dai cittadini.
A El Pais evidentemente hanno la memoria corta, ma nello stesso errore non si può permettere di cadere il successore di Bush, Barack Obama, dopo le dichiarazioni di principio fatte e ribadite.
Sarebbe un errore strategico nell’attuale America latina.
Chi ha confezionato questa polpetta avvelenata per il presidente degli Stati Uniti?


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24/06/09

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Rifondazione Comunista con il popolo iraniano

Domani 24 giugno, a partire dalle ore 17.30, si terrà - di fronte all'ambasciata dell'Iran a Roma (via Nomentana 361) un sit-in di protesta organizzato da Rifondazione comunista in solidarietà con il popolo iraniano

dopo gli scontri e la repressione seguiti alle recenti elezioni. Rifondazione comunista aderisce all'appello "Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano", appello con cui molti esponenti delle forze politiche e sindacali della sinistra italiana, in solidarietà con le forze democratiche e progressiste iraniane, chiedono la fine della repressione e la liberazione dei prigionieri politici del regime
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Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano

Come esponenti di forze e movimenti democratici, di organizzazioni dei lavoratori e degli studenti guardiamo con estrema preoccupazione a quello che sta avvenendo in Iran.

In questi giorni a Teheran si sta svolgendo uno scontro fra i vertici della Repubblica Iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khameney e da Rasfanjani: uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano. Uomini e donne che stanno protestando per avere maggiore libertà e democrazia.

Lo scontro elettorale tra il capo del governo uscente Amadinejahd e il principale candidato dell’opposizione Mousavi ha innescato una reazione popolare e fatto emergere tensioni sociali che già da tempo si stavano manifestando con una forte crescita dell’opposizione.

Per questo, di fronte alla violenza scatenatasi in questi giorni è necessaria un’ampia mobilitazione a sostegno degli studenti, dei lavoratori e delle donne, del popolo iraniano. Chiediamo che cessino la repressione e gli arresti, che vengano liberati i prigionieri politici del regime e che il popolo iraniano possa scegliere liberamente il proprio futuro, in un nuovo quadro di garanzie democratiche per tutte le espressioni politiche presenti in Iran.

Primi firmatari: (in ordine alfabetico) Fabio Amato, Giorgio Cremaschi, Nicoletta Dosio, Gianni Ferrara, Paolo Ferrero, Don Andrea Gallo, Andrea Genovali, Alì Ghaderi, Haidi Giuliani, Ugo Gregoretti, Wilma Labate, Citto Maselli, Lidia Menapace, Mario Monicelli, Nicola Nicolosi, Carla Ravaioli, Giovanni Russo Spena, Emilio Quadrelli, Cesare Salvi.
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